Casa

Finalmente a casa

Il 3 Marzo del 2011, il mio compagno di vita, a causa di una malattia incurabile, alle 6,00, prese la pistola e si sparò andandosene da questo mondo. In quel preciso istante stavo facendo ginnastica, maneggiavo i pesi ed uno strappo muscolare mi bloccò per una settimana buona. Prima di spararsi mi inviò un sms, era vuoto, lindo come un foglio di carta bianca.

Intuivo i suoi progetti e dall’estate precedente iniziai a darmi un gran da fare per aiutarlo a realizzare una fine più lieve, meno tragica di come andarono poi le cose. Eravamo alpinisti, insieme realizzammo l’ascesa di molte vette europee, prima della ferale notizia, stavamo progettando  di salire sul Cervino.

Decise di fare chemio terapia, quella sperimentale, molto cara economicamente. Ero contraria ma rimasi in silenzio, era lui il malato, dovevo rispettare le sue scelte. Pur amandoci intensamente molte cose ci separavano, lui cacciatore di camosci, io vegana stretta, lui professore di economia, portatore di una visione materialistica dell’esistenza, io insegnante, per scelta non più alle superiori ma alle scuole elementari, per esprimere con più forza una visione spirituale dell’ esistenza.

Insomma non eravamo agli antipodi ma poco ci mancava, tuttavia queste differenze ci arricchirono e l’amore tra noi fluiva profondamente. La sua dipartita mi colse preparata e nonostante non fosse più di questo mondo la sua presenza era per me assai intensa, troppo. Sentivo che dovevo andare oltre, superare quanto vissuto, trasformare il dolore in guarigione.

Così, dopo  due anni dalla sua morte decisi di tornare a Torino e nel 2014 così feci. La mia casetta, acquistata anni prima lavorando al politecnico di Torino era affittata per cui decisi di andare da mio zio Vittorio. Avevo sempre avuto un ottimo rapporto con lui ed in molti momenti della mia vita si dimostrò presente ed accogliente. Aveva da poco perso la moglie e pensai che insieme avremmo potuto sostenerci e farci buona compagnia.

Ma, come già la vita da tempo mi aveva insegnato, non è buona norma fare progetti o pensare di controllare la natura, il mondo od il destino, esiste qualcosa di più grande che ci trascende ed ai cui piedi è meglio prendere rifugio piuttosto che ergersi in tono sfidante.

Non ero ancora giunta nella casa del mio caro zio che già percepii qualcosa di strano, stava cambiando, in modo incontrollato. Non era più in grado di guidare e ogni qual volta ci provava l’incidente aveva luogo.  Mio zio, con cui per nottate intere avevo parlato di filosofia, architettura, poesia, politica non c’era più. Non era neanche più in grado di muoversi autonomamente e spesso lo ritrovavo per terra incapace di alzarsi. Ne parlai con i miei cugini,  iniziammo delle analisi mediche ma tutti dicevano che stava bene. Eppure non era così, lo vedevo bene. La notte si alzava, veniva da me dicendomi che si sentiva soffocare, pensava di morire.

La depressione lo accompagnava e non era affatto facile, lavorando, stare con lui. Tutti in famiglia minimizzavano, sta di fatto che nel giro di poco tempo la situazione divenne insostenibile. Venne così presa una badante  ma anche così la situazione non era gestibile, alla fine si alternarono in tre. Tutto questo continuò fino al febbraio del 2016, quando finalmente la mia casetta si liberò ed io potei tirare un sospiro di sollievo che tuttavia durò poco.

Già, perché ormai mio zio si stava dirigendo assai velocemente verso il capolinea e mia madre, sua sorella, decise di volerci essere  e così si presentò a casa mia, che non era ancora organizzata per ospitarla ma lei non volle sentire ragioni e come suo solito impose agli altri le sue decisioni.

È stato un periodo durissimo. Ho sempre abitato in case assai grandi, ora ero in una casa piccolina  con mia madre depressa ed angosciata per la situazione del fratello. La ciliegina sulla torta la mise la scuola.

Ho sempre amato il mio lavoro, mi reputo assai fortunata a fare l’insegnante, avere a che fare con bambini in formazione è un onore, adoro la loro curiosità, l’impegno e l’entusiasmo con cui affrontano ogni giornata scolastica. Ma anche in tale contesto, per la prima volta nella mia vita si palesarono difficoltà assurde con il volto di genitori aggressivi oltre misura.

Tutto questo mi negava quel rilassamento importante per cui  le tensioni crescevano. Comunque, pensavo che ad un certo punto le cose avrebbero cambiato di segno,  perché in questo mondo niente permane imperituro.

Un giorno di fine febbraio andai da Pia, in via Tortona, nel negozio biologico  Dalla Terra al Cielo, a comprare della verdura, vidi sul banco del cibo confezionato in vaschette con un cartellino “ Cibo Hare Krishna”, rimasi colpita. Negli anni 70 abitavo a Milano, l’unico ristorante dove sapevo di poter andare senza poi stare male era proprio il Govinda  in via Valpetrosa, una traversa di via Torino. Comprai subito il cibo in questione, poi chiesi a Pia dove potevo trovare il Centro Hare Krishna, lei mi rispose che era proprio la strada dietro al suo negozio, in via Mongrando.

Tornai a casa, dove mia madre, come sempre, era in preda alla disperazione, decisi di non darle retta ma di offrirle il cibo degli Hare Khrishna. Una qualità che in effetti devo riconoscere a mia madre è che anche nei momenti più difficili della sua vita, a differenza della sottoscritta, non ha mai rifiutato il cibo. Le offrii il piatto, mi chiese la provenienza del cibo, poi, con curiosità iniziò a mangiare. La sua espressione mutò, mi guardò e disse: “ Ma questo cibo è davvero buono!”, fece anche un sorriso e per la prima volta dalla sua venuta riuscimmo a trascorrere una serata gradevole.

La domenica successiva andai con mia madre all’ospedale Gradenigo dove mio zio era ricoverato.

Per la prima volta, dopo mesi, lo trovai lucido, ebbe la forza di parlarmi, di ringraziarmi di essere stata con lui in quel terribile periodo. Rimasi stupita, di sicuro mi fece piacere. Furono le sue ultime parole, poi cadde in coma definitivamente per lasciare il corpo il 5 Aprile del 2016.

Quel pomeriggio, quello stesso pomeriggio, mia madre ricominciò ad andare in ansia, percepiva la fine prossima del fratello. Non mi feci coinvolgere, anzi, la obbligai a vestirsi per uscire, lei mi chiese dove saremmo andate, le risposi che era una sorpresa. Andammo in via Mongrando, alla festa della domenica degli Hare Krishna.

Rammento ancora la prima volta che varcai il portone del Centro, mi ritrovai in un cortile interno ampio, c’erano delle piante di vite che formavano un pergolato, avvertivo la sacralità del luogo, pur essendo in pieno centro la sensazione era quella di essere in un luogo avulso dallo spazio e dal tempo. Dopo esserci tolte le scarpe entrammo nella sala, una grande sala rettangolare, mia madre trovò una sedia ed io mi sedetti a terra.

Ci saranno state una trentina di persone, cantammo il Maha Mantra per circa mezz’ora. Ancora adesso, nel raccontarlo, mi viene la pelle d’oca, nonostante avessi già cantato molti mantra nella mia vita, mai ebbi una reazione così profonda. Mi sembrava di staccarmi da me stessa per ricongiungermi con qualcosa di assai più vasto e la sensazione era davvero indescrivibile. Ogni concetto esposto nel corso della lezione mi risultava condivisibile e chiaro. La sensazione era quella di essermi risvegliata dopo un orribile incubo.

Nel corso della mia attuale vita, ho sempre vissuto con la sensazione di essere un pesce fuor d’ acqua, era difficile per me trovarmi a mio agio in situazioni che avvertivo sempre estranee, risultando per questo  essere “ strana”, in famiglia e nei contesti sociali. Sono sempre stata, fin da bambina, assai riservata e restia a tutta una serie  di proposte sociali per me poco attraenti. In quel preciso istante, in cui ho varcato la soglia di quel portone, ho realizzato con lucidità di essere tornata finalmente a casa, una sensazione meravigliosa in grado di generare un processo di guarigione profondo, costante ed infinito.

Ora è trascorso qualche anno da allora, tuttavia quelle emozioni non si sono assopite, anzi, al contrario, il desiderio di approfondire il rapporto con Krishna diviene, sempre più intenso. Una conquista che ritengo importante è l’aver smesso di progettare la mia vita. È meglio lasciar perdere ed affidarsi a Krishna!

 

Donata

 

 

 

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